Bologna, 2 apr.- Denunciamo con estrema preoccupazione il quadro emerso dalla pubblicazione delle zone carenti per la Medicina Generale in Emilia-Romagna per l’anno 2026. I dati ufficiali mostrano un aumento diffuso e strutturale delle carenze nella quasi totalità delle province. Un dato che si pone in evidente contrasto con gli obblighi di programmazione sanitaria regionale e con quanto previsto dall’Accordo Collettivo Nazionale (ACN), che impone di garantire un’assistenza territoriale capillare, efficace e universalistica.
Non si tratta più di una criticità episodica, ma di un vero e proprio fallimento della pianificazione dell’assistenza primaria. Le conseguenze sono già sotto gli occhi di tutti: cittadini con sempre maggiori difficoltà ad accedere alle cure, medici sempre più sovraccarichi e privi di adeguate tutele, e un progressivo indebolimento del presidio sanitario pubblico sul territorio.
I numeri: carenze in aumento quasi ovunque.
I dati comparativi confermano una tendenza allarmante:
(dato non attendibile per mancata pubblicazione completa, in difformità rispetto all’ACN)
Non siamo di fronte a un’emergenza temporanea – afferma il sindacato – ma a una crisi strutturale della medicina territoriale ulteriori 110.000 cittadini senza assistenza. Il numero dei medici che parteciperanno alle assegnazioni sarà inferiore rispetto all’anno precedente, aggravando ulteriormente la situazione complice anche il nuovo Accordo Integrativo Regionale con il Ruolo Unico che non favorisce l’entrata di nuovi convenzionati alla Medicina Generale. Il sistema, a nostro avviso, sta progressivamente perdendo attrattività e capacità di risposta, con il rischio concreto di lasciare intere aree senza adeguata copertura assistenziale.
Alla luce di un quadro così grave e documentato individuiamo precise responsabilità politiche nella gestione e nella programmazione dell’assistenza territoriale.
Per questo chiediamo un’assunzione immediata di responsabilità e le dimissioni dell’Assessore alla Sanità della Regione Emilia-Romagna. La tutela del diritto alla salute dei cittadini e la salvaguardia del servizio sanitario pubblico non sono più compatibili con l’attuale gestione”, conclude la nota dello SMI.
Ufficio Stampa