Gentile Direttore,
la medicina generale italiana non è più vicina al punto di rottura. Ci è già dentro. I segnali sono evidenti: bandi deserti, sedi scoperte, giovani medici che scelgono percorsi professionali alternativi. Nel 2025 centinaia di borse del Corso di Formazione Specifica in Medicina Generale sono rimaste vacanti. In Sardegna, nonostante gli incentivi economici per le sedi disagiate, le domande presentate sono state appena 70 a fronte di 496 incarichi disponibili. Un dato che dimostra come il problema non sia soltanto economico, ma ormai profondamente strutturale.
Quello che sta accadendo è il progressivo collasso dell’intera sanità territoriale. La Continuità Assistenziale si desertifica, il 118 entra in sofferenza crescente, la medicina penitenziaria perde professionisti. Ogni settore che si indebolisce scarica inevitabilmente il proprio peso sugli altri, fino a farlo ricadere sui medici di medicina generale e sui cittadini.
I giovani medici non evitano la medicina generale per mancanza di vocazione. La evitano perché vedono una professione che ha progressivamente perso ogni confine reale tra lavoro e vita privata. La disponibilità telefonica dalle 8 alle 20 nacque in un’epoca completamente diversa, quando il rapporto col paziente era limitato al telefono fisso dello studio. Oggi cellulari, email, WhatsApp, messaggistica istantanea e notifiche continue hanno trasformato quel modello in una connessione permanente col lavoro. Il medico non “stacca” mai davvero. In questo contesto, il DDL Benigni e la bozza del Decreto Schillaci, lungi dal risolvere la crisi, rischiano di accelerarla, aggravando ulteriormente gli effetti del cosiddetto “ruolo unico” dell’assistenza primaria. Un modello che già oggi impone ai medici di medicina generale carichi di lavoro enormi: fino a 38 ore settimanali di attività distrettuali cui si aggiunge l’attività ambulatoriale ordinaria. Nei fatti, molti medici superano stabilmente le 50 ore di lavoro ogni settimana dell’anno. Eppure le nuove proposte normative puntano ad aggiungere ulteriori obblighi orari anche ai medici convenzionati con i vecchi contratti.
A rendere il quadro ancora più critico è la quasi totale scomparsa dei sostituti, un tempo facilmente reperibili. Oggi molti medici faticano persino ad andare in ferie e, non di rado, rinunciano al necessario riposo anche in caso di malattia, pur di non lasciare scoperti i pazienti o gravare ulteriormente sui colleghi già in sofferenza.
La fuga dalla medicina generale non è un rischio futuro: è un fenomeno già in corso. Senza un cambio radicale di direzione politica e organizzativa la fuga è destinata ad accelerare ulteriormente. DDL Benigni e Decreto Schillaci rischiano di rappresentare il colpo di grazia definitivo. La crisi della sanità territoriale non è più un fenomeno isolato, ma un effetto domino che sta travolgendo l’intera assistenza primaria.
Per questo, il 28 maggio prossimo, davanti al Ministero della Salute, lo SMI e i medici che vorranno far sentire la propria voce scenderanno in piazza per difendere il futuro della medicina generale e della sanità territoriale italiana. No al Ruolo Unico. No al debito orario. No alla retribuzione per obiettivi.
Ufficio Stampa