Gentile Direttore,
Concluso l’adempimento
del target PNRR, occorre passare dalla costruzione degli edifici alla
misurazione degli esiti. Alle volte porre l’accento sulle problematiche può
attirare, nel bene e nel male, critiche di “polemicismo”. Non esistono panacee
che risolvono ogni male e nessuno ha la bacchetta magica, propongo quindi
quattro interventi concreti, supportati con diverso grado di solidità dalla
letteratura disponibile, meritevoli di un confronto politico e professionale.
Il primo nodo riguarda
la libertà di scelta professionale. Consentire a ciascun medico di dedicarsi prevalentemente
all’assistenza longitudinale a ciclo di scelta, all’attività oraria
territoriale o a entrambe significa riconoscere che professionisti diversi
hanno preferenze, competenze e modalità di lavoro differenti. Lo studio
Wordsworth et al. già nel 2004 concludeva esplicitamente che “a general
contract could fail to cater for all GPs”, cioè un unico contratto può non
essere adatto a tutti i medici. Ma non solo quell’articolo, la letteratura
internazionale mostra che autonomia, flessibilità organizzativa e possibilità
di scegliere il proprio modello professionale sono associate a maggiore
soddisfazione e retention, mentre nessun singolo modello contrattuale risponde
alle esigenze di tutti i medici. E mantenere una certa “separazione delle
carriere” tra ciclo di scelta e ciclo orario non è nostalgia organizzativa:
significa riconoscere la diversa natura delle due attività e permettere a
ciascun professionista di scegliere il modello assistenziale più coerente con
il proprio ruolo e con il tipo di medicina che intende esercitare.
La possibilità di
scegliere il proprio percorso dovrebbe accompagnarsi alla valorizzazione delle
competenze maturate dai singoli professionisti. Sul modello britannico dei General
Practitioners with Special Interest, i medici con una formazione aggiuntiva
potrebbero offrire, su base volontaria e nei propri studi, prestazioni
diagnostiche di primo livello agli assistiti dell’AFT con un’ organizzazione
per PDTA. Vi sono diverse evidenze internazionali che confermano questa
pratica. Il trial randomizzato di Salisbury (BMJ 2005) documenta esiti clinici
sovrapponibili all’ambulatorio ospedaliero, quaranta giorni di attesa in meno e
preferenza dei pazienti; l’esperienza canadese sull’ecografia in medicina
generale rurale (Kornelsen, BMC Primary Care 2023) mostra migliore triage e
riduzione dei trasferimenti. Rimane fondamentale la volontarietà perché tra le
altre cose nel CFSMG, non è prevista attualmente nessuna formazione specifica
in merito, ed i CAF e i Master sono tutti a carico del professionista che li
sceglie anche in base all’indole personale.
Nessun modello
organizzativo, tuttavia, può funzionare se il lavoro territoriale non è
economicamente sostenibile. Occorre quindi adeguare i compensi orari alle responsabilità richieste e
alle alternative offerte dal mercato del lavoro medico. La revisione
sistematica sui medical deserts europei (Bes, 2023) mostra che gli incentivi
finanziari restano poco e male valutati: l’argomento non è dunque che la
tariffa risolva la carenza, ma che il costo-opportunità attuale sottrae tempo
medico all’attività a maggior rendimento. Che quel rendimento sia elevato è
documentato: dieci medici di famiglia in più ogni 100.000 abitanti valgono 51,5
giorni di aspettativa di vita, contro i 19,2 di pari incremento di specialisti
(Basu, JAMA Internal Medicine 2019).
Resta poi una
questione che precede tutte le altre: la formazione. Il corso regionale di formazione
specifica dovrebbe essere superato attraverso l’istituzione di una Scuola di
specializzazione universitaria in Medicina Generale e di dipartimenti
universitario-territoriali. In gran parte dell’Unione Europea la Medicina
Generale/Medicina di Famiglia ha lo status di disciplina specialistica e il
medico di famiglia completa un percorso specialistico/residenziale
equiparabile, per dignità professionale e struttura, alle altre
specializzazioni. In Italia esiste invece ancora un percorso separato: il CFSMG
regionale. L’Italia appare sempre più isolata rispetto all’evoluzione della
formazione europea: Francia ha portato la formazione a 4 anni e Austria, dal 1°
giugno 2026, ha formalmente trasformato Medicina Generale e Medicina di
Famiglia in una specialità. Noi cosa stiamo aspettando?
Realizzate le mura, occorre stabilire
che cosa dovrà realmente accadere dentro le Case della Comunità. Un edificio
aperto per un determinato numero di ore non coincide automaticamente con una
maggiore capacità assistenziale. Servono medici formati, funzioni definite,
condizioni di lavoro sostenibili e modelli organizzativi che tengano conto
delle diverse attività della Medicina Generale.
Le quattro proposte qui avanzate non
pretendono di esaurire il tema. Possono però offrire una base concreta di
discussione: distinguere senza contrapporre il ciclo di scelta e l’attività
oraria, valorizzare le competenze aggiuntive, rendere attrattivo il lavoro
territoriale e riconoscere finalmente alla Medicina Generale una formazione
specialistica universitaria.
Dopo aver misurato strutture,
scadenze e ore di apertura, è arrivato il momento di misurare ciò che conta per
i cittadini: accessibilità, continuità, tempi di risposta ed esiti di salute.
Riferimenti
bibliografici
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Ufficio Stampa